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Anno VI, n. 53, gennaio 2012
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Politica ed Economia (a cura di Antonella Loffredo) . Anno VI, n. 53, gennaio 2012

Zoom immagine Mass-media,
quarto mondo

di Paolo Giovannetti
Da Armando editore
new comunication:
l’evoluzione globale


Parecchio tempo fa, mi fu assegnato un tema sugli aspetti del conformismo giovanile che stava diffondendosi nella nostra società. Eravamo a metà degli anni Settanta, gli effetti e le conseguenze del movimento del Sessantotto erano ancora tangibili ed evidenti. Da giovane studente delle medie superiori provai a sviluppare l’argomento focalizzando l’attenzione sulla possibile influenza e responsabilità dei mass media del tempo. La realtà di quegli anni vedeva al primo posto la Tv, poi venivano le emergenti radio private ed infine i giornali. Nonostante  i messaggi pubblicitari fossero già diffusi e mirati, eravamo ben lontani dalla situazione della comunicazione mediatica di cui oggi sperimentiamo la globalità, ma anche i limiti e le distorsioni. Ne è esempio la recente notizia riguardante l’impero mediatico di Rupert Murdoch (citato in questo libro come “satrapo”), impero che starebbe vacillando causa lo scandalo delle intercettazioni illegali.

Un notevole cambiamento è avvenuto nel corso degli ultimi anni, nell’ambito dei paesi del Primo Mondo, comprendente gli stati economicamente e culturalmente più sviluppati (compresa l’Italia); ma nei paesi sotto-sviluppati, come si relazionano i media con la società, la politica e l’economia locale (ed esterna)? A questi quesiti Rolando Belvedere ha cercato di dare una risposta nel suo saggio Dietro i media del Quarto Mondo. Nuova geopolitica della comunicazione (Amando editore, pp. 128, € 11,00).

 

Gli obiettivi del saggio

Già nell’Introduzione del volume − con una Prefazione curata dal segretario generale della Federazione nazionale della Stampa italiana − l’autore traccia gli aspetti della comunicazione e dell’informazione trattati nelle pagine a venire: l’obiettivo è esplorare l’evoluzione ed il ruolo attuale dei media nei paesi del Quarto Mondo, così come definiti, non solamente in base alla soglia del reddito pro-capite definita dall’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), ma tenendo anche conto della classificazione Onu − che Belvedere considera più attendibile. Quest’ultima è basata sull’indice chiamato “Least developed countries”, un indice costituito da un insieme di parametri quali la mortalità infantile, la diffusione di malattie, l’alfabetizzazione, ecc.
Questi paesi sottosviluppati, che si distribuiscono geograficamente soprattutto nel continente africano, nell’Asia sud orientale, nel Medio Oriente ed, in minor parte, nell’America Latina, in cui la povertà e l’analfabetismo sono estremamente diffusi. Per quanto riguarda i media si sottolinea il concetto, ripreso più volte nel saggio, per il quale «Il rubinetto dell’informazione nel Quarto Mondo è controllato […]» ed è «Un bene privato nella disponibilità delle oligarchie governative». La corruzione di regime, in questi paesi viene spesso alimentata dagli aiuti internazionali.

 

Economia, politica e assetto dell’informazione nei paesi in via di sviluppo

Nella Parte I del capitolo I media e i fattori socio-economici della cultura l’autore illustra le componenti sociali ed economiche che nel tempo hanno caratterizzato ed influenzato le varie tipologie e tecnologie dell’informazione rivolte al cittadino: l’informazione orale, la radio, la televisione, per arrivare a strumenti più evoluti come i telefoni cellulari e internet. Queste tecnologie sono in teoria disponibili anche nel Quarto Mondo (ed in realtà lo sono) ma l’autore paventa che la loro diffusione in situazioni in cui non sia presente un sistema democratico, non rappresenti un reale accesso ad informazioni obiettive. Quindi, riprendendo il già citato criterio di individuazione dei paesi poveri secondo classificazione Onu, Belvedere elenca puntualmente questi paesi (in totale 43) descrivendo per ognuno, in modo sintetico, la condizione economico-finanziaria in termini di risorse e di sviluppo. Questi paesi vengono, inoltre, divisi per aree geografiche: America Latina (in cui spicca la situazione di estrema povertà di Haiti); Africa, in cui ben 34 paesi «rappresentano oltre 522 milioni di persone […]; Asia che con 8 stati annovera 274 milioni di abitanti».

Tutte queste situazioni di povertà, secondo l’autore, sono oggetto di desiderio da parte dei paesi emergenti, in particolare la Cina (ma anche l’India e il Brasile), che sta investendo in termini di acquisizione e sfruttamento delle risorse non solo interne (producendo tassi altissimi di inquinamento). Nel 2009, a Copenaghen, si è tenuto un vertice mondiale per tentare un difficile accordo tra i paesi con le maggiori prospettive di sviluppo, i paesi di «vecchia ricchezza» ed i paesi poveri. Ma i risultati sono stati deludenti. L’obiettivo di contenere i cambiamenti climatici stabilisce delle regole che penalizzano, in pratica, solo i paesi più poveri del continente africano (deforestazioni, emissioni nocive, ecc.) lasciando intatto il diritto di inquinare da parte degli stati ricchi. L’autore sottolinea che «la delusione su questo vertice è stata particolarmente espressa dai media dei paesi del Quarto Mondo».

Quest’ultimi, come ben si sottolinea nel corso del capitolo, sono sempre più oggetto di sfruttamento da parte delle imprese multinazionali controllate non solo dai paesi occidentali ex-colonialisti, ma in modo sempre più crescente, dalla Cina, dall’India e dal Giappone che «comprano» o «prendono in concessione» vastissime terre africane da coltivare o sulle quali esistono giacimenti di preziose materie prime. In tutto questo si innestano situazioni di guerre politico-religiose tra stati o interne allo stesso paese, come ad esempio in Sudan. Nel processo di sviluppo della comunicazione viene sottolineata l’importanza della lingua: infatti, in Africa, esistono numerose lingue solo parlate ma le lingue ufficiali scritte sono unicamente due: il francese e l’inglese, e sono anche quelle utilizzate dai media la cui influenza si manifesta nell’introduzione di modelli culturali spesso estranei alle culture locali. La comunicazione, soggetta alla concorrenza tra i suoi stessi mezzi, come i giornali, la televisione e Internet, è condannata a diventare «merce». In effetti la fruizione della comunicazione, attraverso i suoi «prodotti intellettuali» è destinata ad «appropriarsi del tempo disponibile al consumo dei cittadini».
Si prosegue, poi, con il concetto che i media nella loro illimitata espansione (sia informativa che ludica e pubblicitaria) rendono indistinguibile la sfera pubblica da quella privata. In questo processo la collettività in molti paesi in via di sviluppo si presta ad essere manipolata: «i comunicatori parlano di manipolazione non artigianale dell’opinione pubblica» e ancora: «nei paesi poveri il condizionamento dipende dall’esposizione dell’utente a certe modalità d’informazione, a certi tipi di messaggio […]. I proprietari di stazioni di reti televisive come anche quelli di case editrici, di giornali e siti Internet sono i principali produttori della merce intellettuale (ideologica)».

Un’osservazione, infine, sul fatto anacronistico dell’evoluzione tecnologica dei mezzi di comunicazione, presente anche nei paesi in via di sviluppo, che convive con lo sforzo di questi a sconfiggere il problema della fame. In questo senso è sintomatico che «molte aziende editoriali nel vecchio e ricco mondo […] puntino sull’e-book da diffondere verso quelle fasce privilegiate dei paesi poveri. Un lusso, quando c’è chi a malapena sa leggere, vive nella polvere, mangia quando è possibile e non dispone di energia elettrica a sufficienza».

Nel successivo capitolo Alle periferie degli imperi? vengono analizzate le influenze delle politiche mondiali sui paesi in via di sviluppo prima soggette ai due blocchi Usa-Urss, al capitalismo e al comunismo, ed alla Cina di Mao. Ma anche dopo l’abbattimento del muro di Berlino e la nuova fase di dialogo tra superpotenze, l’autore rileva che, purtroppo, per i paesi poveri di Asia e Africa poco o nulla è cambiato: «Si trovano ieri come oggi a fare i conti con la miseria diffusa». Mentre lo sfruttamento delle risorse naturali permane e semmai risulta ancora più diffuso da parte, ad esempio, delle compagnie petrolifere appartenenti agli stati occidentali. Gli stessi paesi del primo mondo (soprattutto la Francia e la Gran Bretagna, ma anche l’Italia) hanno sempre «influenzato il sistema mediatico africano». Oggi è entrato, però, nella scena un nuovo attore protagonista, la Cina, che forte del suo miliardo e mezzo di abitanti e della sua potenza economica in crescita esponenziale, rischia di rompere gli equilibri. Si rifornisce in maniera crescente delle risorse energetiche africane offrendo in cambio infrastrutture e sistemi di comunicazione. Un grande impulso che spinge allo sviluppo, ad esempio, del campo della comunicazione mobile fornendo sistemi di telefonia cellulare “chiavi in mano”. Anche l’America Latina, osserva Belvedere, è in qualche modo influenzata da Pechino, soprattutto in quei paesi ricchi di materie prime. Per quanto riguarda la comunicazione in rete, Internet in Asia come in Africa gioca un importante ruolo in ambito geopolitico ma ha caratteristiche molto diverse in ogni paese, essendo legata al tasso di povertà del paese stesso. In alcuni stati asiatici l’accesso è molto meno diffuso a causa dei limiti imposti dagli stati autoritari che controllano la navigazione, ad esempio nel Myanmar (ex Birmania). Nell’Africa subsahariana la diffusione è molto scarsa, ma nelle città principali si registra recentemente un incremento degli accessi, mentre nelle zone rurali in cui il tasso di alfabetizzazione è molto basso, la diffusione è quasi inesistente. L’espansione della comunicazione telefonica tramite cellulari si presenta, invece, in modo diverso per cui l’Africa può giocare il ruolo di grossa potenzialità di mercato.

Il terzo capitolo della Parte I Paesi in via di sviluppo e nuovo assetto dell’informazione riferisce sullo sviluppo dei mezzi di informazione nella storia recente, con il ruolo delle agenzie di stampa e della diffusione delle notizie nelle tre lingue principali: francese, inglese e spagnolo. È significativo il passo in cui l’autore afferma che «la storia dei paesi decolonizzati del Terzo Mondo (e Quarto Mondo) serve da cerniera per definire il rapporto tra ordine economico e nuovo ordine dell’informazione». In questo ambito l’America Latina viene considerata più vicina al modello europeo grazie all’opera di pressione da parte dell’Europa a favore della democratizzazione dell’informazione. La conclusione dell’autore su questo aspetto verte sul fatto che in alcuni paesi africani ed asiatici, governati da dittature e oligarchie, la libertà informativa risulta molto carente e si assiste alla «omologazione dell’informazione». Il capitolo prosegue con la descrizione, per zona geografica (e paese specifico), della diffusione dei quotidiani, dei periodici e delle reti televisive più importanti e dell’influenza dei media dei paesi (ricchi) esportatori di informazione e di contenuti ludici, spesso filtrati (o censurati) dai governi locali. Vengono forniti alcuni dati molto interessanti al riguardo: «nel primo mondo operano oltre 19.740 media […] in Africa i media sono 669, in Asia 1708 e in America Latina 1204».
Il capitolo si chiude con una affermazione emblematica che riassume un po’ uno dei principali concetti che Belvedere vuole trasmettere nel suo lavoro: «I cittadini del Quarto Mondo preoccupati della quotidiana sopravvivenza hanno poco da scegliere e comunque ricevono le notizie dai “Grandi”: tutti comunicatori interessati. I media locali di norma, ricorrono alle fonti ufficiali ed estere. Così i paesi africani paradossalmente guardano se stessi con gli occhi degli altri oppure con quelli della propaganda statale».

 

Influenze, libera circolazione e manipolazione. La comunicazione come merce

Anche la Parte II del saggio si sviluppa in tre capitoli. Nel primo di essi La funzione sociale della comunicazione-merce l’autore approfondisce una tematica già anticipata, sottolineando l’importanza del contesto sociale in cui viene trasmesso il messaggio comunicativo. L’influenza dei media nei comportamenti sociali degli individui è stato sempre un fattore decisivo: in questo ambito si afferma che le conseguenze dei mezzi audiovisivi in termini di «livellamento e alienazione» sono state sempre sottovalutate.

La necessità, in un paese libero, di avere l’opportunità di svincolarsi dal «pensiero unico» e, quindi, di confrontare ed approfondire le informazioni è stata sempre fornita da uno strumento indispensabile: il libro. Ma i libri, come afferma l’autore: «sono rarissimi nei paesi poveri». I media tecnologicamente avanzati, nell’obiettivo di raggiungere un pubblico sempre più vasto, hanno abbassato la qualità dei messaggi e dimostrato una sempre più crescente dipendenza dal potere della pubblicità. L’affermazione «limitare i rischi e correggere gli squilibri è compito di coloro che hanno poteri decisionali e dei professionisti dell’informazione» appare quanto mai attuale anche nei paesi più sviluppati, in cui si presume sia maggiormente sviluppato un senso critico. In un prossimo futuro, scrive Belvedere, si dovranno pure pagare le «notizie-merce» (anche quelle on line), e questa affermazione risulta quanto mai paradossale e scandalosa, oggi (luglio 2011, per chi scrive) che le autorità giudiziarie britanniche hanno scoperto e rivelato l’opera di basso hackeraggio che lo stesso Murdoch ha perpetrato ai danni di inconsapevoli (e a volte illustri) vittime nel nome dello scoop giornalistico. Ed è proprio la diffusione dei libri, insiste l’autore, «strumenti di confronto ed approfondimento» che manca al sistema informativo del Quarto Mondo. L’informazione viene, quindi, generata secondo «la logica del consumo» cioè diventa merce che spesso assomiglia a semplice evasione o spettacolo con l’obiettivo di attirare l’attenzione di chi guarda. La conseguenza diventa: «l’uniformità dei contenuti, dei generi, dei linguaggi […] si punta sempre più a prodotti standard». Da questo nasce, poi, anche la manipolazione dell’informazione e delle notizie in cui i fatti vengono spesso “mescolati” nei commenti, anzi, «nei paesi poveri la notizia è spesso soffocata dal commento che addirittura sostituisce la notizia […] si crea così una catena di pseudo notizie».

Il capitolo seguente Dimensione politica e dilemma tecnologico focalizza l’attenzione sulla libera circolazione dell’informazione che per l’autore vuol dire anche «libera circolazione delle comunicazioni»; su questo aspetto intervengono diversi fattori: dall’influenza della componente islamica, che si presenta forte nel continente africano procurando instabilità politica e sociale, al problema del traffico di stupefacenti in Asia che coinvolge spesso i governi (vedi, ad esempio, l’Afghanistan) fino all’opera spesso “invisibile” ma determinante, dell’attività di intelligence che in una strategia geopolitica, controlla i giornalisti e le loro fonti informative. Belvedere cita, a questo proposito, la struttura di spionaggio denominata “Echelon”, progettata per obiettivi non militari, che «intercetta indiscriminatamente – questo è il problema – grandi quantità di informazioni». Gli interessi economici e politici costituiscono un punto di appiattimento per i media del Quarto Mondo che preferiscono condividere le posizioni dei loro governi: non esiste un sistema di regole per i giornalisti che ne garantisca la piena autonomia: infatti viene fortemente contrastato e punito severamente qualsiasi tentativo di critica alle posizioni politico-economiche dominanti.

Nella seconda parte di questo capitolo l’autore si sofferma sullo sviluppo attuale degli strumenti comunicativi e sulla loro influenza, il cui concetto viene bene espresso in questo passo: «L’introduzione nelle società meno sviluppate di nuovi mass media e di Internet in particolare ha quasi sempre stravolto le abitudini secolari, le attività culturali tradizionali, i modi di vita semplice, le aspirazioni sociali […]. L’introduzione di nuovi media non sempre ha coinciso con l’evoluzione verso un benessere più diffuso […]. Dietro le spinte dell’informatizzazione cambia radicalmente il modo di vita cosicché si ha una trasformazione della mentalità delle popolazioni».

Per l’autore, il sistema mediatico occidentale costituisce un punto di riferimento per tutto il mondo: «ma esiste anche un sistema dei media – parallelo e riservato – creato dai fondamentalisti islamici per rivolgersi proprio al Quarto Mondo». I due sistemi risultano essere alternativi e aventi obiettivi diversi pur rivolgendosi alle stesse aree dell’Asia e dell’Africa non musulmane. Un sistema di comunicazione nazionale, invece, risulta essere efficiente quando difende l’identità culturale nazionale cercando di integrare le forme di comunicazione tradizionali con quelle moderne. Ciò è evidentemente legato all’importante fattore della «preservazione della lingua nazionale».

Nel terzo ed ultimo capitolo della Parte II Reprimere o manipolare l’opinione pubblica? l’autore riprende alcuni concetti già esposti all’inizio di questa sezione del libro soffermandosi sul ruolo della «comunicazione istituzionalizzata», cioè indirizzata e monopolizzata dai governi, da associazioni, partiti politici, ecc. oppure “manipolata” dalle agenzie di pubbliche relazioni che a livello mondiale cercano di orientare l’opinione pubblica. Questi fattori agiscono non solo nel Primo Mondo ma influenzano i paesi del Quarto Mondo imponendo ai loro media di diffondere solo certe notizie, spostando l’attenzione dei lettori/ascoltatori da situazioni drammatiche come la povertà e lo sfruttamento dei minori. Solamente alcune piccole organizzazioni non governative e i piccoli media locali riescono «a rompere questa logica perversa». Da tutto questo l’autore trae spunto per trattare della libertà di stampa, sull’attendibilità e verità dei fatti veicolati dalle notizie. «Un problema», sostiene l’autore, «diffuso a tutte le latitudini». In alcuni paesi, solo apparentemente democratici, la scelta di libertà di stampa a volte si presenta in modo drammatico con l’eliminazione fisica dei giornalisti. Vengono citati casi accaduti in grandi paesi dell’America Latina oppure con frequenti minacce e detenzioni nel Corno d’Africa o in alcuni paesi asiatici. Tutto ciò viene monitorato e diffuso dall’organizzazione Reportes sans Frontières. Anche in questo caso Belvedere descrive in modo dettagliato, suddividendola per ciascun continente, la situazione nei paesi poveri.

 

La pubblicità: informazione ed influenza sui media, materia prima da sfruttare

Nelle ultime trenta pagine che costituiscono la Parte III del suo saggio, Belvedere pur riprendendo alcuni contenuti già espressi, rafforza ed arricchisce gli aspetti e i ruoli della comunicazione e dell’informazione. Nel capitolo Dimensione internazionale, pubblicità e controllo dei media si afferma che l’informazione è diventata «una nuova materia prima» da sfruttare e «strumento di potere tra il Primo e il Quarto Mondo: ricchi e poveri». Si ritorna poi all’idea di mercificazione dell’informazione, che diventa un bene di consumo: «l’informazione obiettiva rischia di essere sostituita da quella che si vende di più». Soprattutto nei paesi ricchi il settore privato è il maggiore sfruttatore dei media, ed è presente (con messaggi pubblicitari, programmi ecc.), in particolare, nella televisione e nella stampa quotidiana ed «in misura minore nella radio e nelle agenzie di stampa». Sul ruolo della radio, possiamo citare, per l’Italia, una significativa e recente affermazione del Presidente della Rai (riportata da Agcom) che ne esalta il valore e per il quale «la radio è l’informazione più credibile».

Nel capitolo Circolazione orizzontale e verticale dell’informazione l’autore, nella sua esperienza nel mondo del giornalismo ed editoriale, scrive che «la concentrazione del controllo della stampa tende a creare monopoli e oligopoli per quanto riguarda la raccolta e la diffusione dell’informazione». Questa concentrazione, prosegue, «è un fenomeno mondiale presente in tutti i sistemi economici» e che «naturalmente rischia di provocare limiti alla stampa libera e pluralista» tutto ciò riduce la varietà delle opinioni e pone limiti al dibattito favorendo il conformismo. Si arriva, quindi, alla definizione della comunicazione «di tipo verticale che è caratteristica delle società basate su una rigida stratificazione sociale, tipicamente gerarchica ed elitaria». Questa tipologia è tipica sia di sistemi gestiti da governi autoritari che da monopoli di organismi privati. Di contrasto, per superare questa situazione, si sta diffondendo, anche tra i paesi poveri, «la circolazione orizzontale che produce un volume considerevole (la Rete) di informazioni». Quest’ultima, però, genera un sovraccarico di informazioni che produce confusione ed atteggiamenti passivi. Merita particolare attenzione, poi, la diffusione degli strumenti on line di social networking che «hanno inciso profondamente l’oligopolio dell’informazione».

 

Un' informazione libera da influenze socio-politiche: un diritto ed una necessità

Negli ultimi due capitoli del suo libro, Diritto all’informazione e Necessità fondamentali, Belvedere richiama i diritti alla comunicazione al pari degli altri diritti umani sanciti dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite. Questi diritti sono monitorati dall’Unesco affinché vengano rispettati, in particolare, per i popoli che non hanno ancora accesso ad alcuno strumento informativo: «Il diritto all’informazione è il simbolo della resistenza contro ogni forma di oppressione». Il libro si chiude con l’elencazione delle “necessità fondamentali” affinché l’informazione veicolata dai media, sia veramente efficace e libera da ogni legame da interessi economici e politici: un’idea forse un po’ utopistica ma a cui l’autore crede fermamente.

Su concetti come indipendenza, libertà di stampa, accessibilità alle informazioni, preservazione delle identità culturali dei paesi poveri, e sull’esistenza di strumenti dei poteri politici ed economici che prevaricano, censurano o subdolamente manipolano i media, non si può non concordare con l’autore che, peraltro, dimostra con dati statistici alla mano e con fonti attendibili, di saper analizzare la materia in modo oggettivo, tipico del giornalista, per di più dotato di un solido background sociologico e giuridico.

 

Cenni biografici

Rolando Belvedere, romano, 54 anni, giornalista e saggista, è stato assistente presso la facoltà di Giurisprudenza de “La Sapienza”. Ha iniziato a scrivere su Espansione e al Giornale delle Assicurazioni. Ora cura una rubrica sulla rete televisiva Rti.
Oltre ad aver lavorato con quotidiani e periodici è intervenuto su diverse questioni culturali, dedicando specifiche monografie alla giustizia e all'antropologia. Autore di alcuni saggi di carattere giuridico come Essere Cittadini. Dizionario Minimo delle Regole del Vivere Insieme, Csa Editrice, 2008 e Cosa fare per chi è arrestato, ed. S.E.A.C., 2000. Nel 2008 ha ideato e realizzato il periodico culturale Biblionews del comune di Crotone.

 

Paolo Giovannetti

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno VI, n. 53, gennaio 2012)

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